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Cosa poteva offrire Sassari ai giovani nei primi anni Sessanta? Una partita al biliardo da Natalino, qualche film e l'immancabile passeggiata in piazza d'Italia. Poi tutti a casa a vedere la televisione, magari da amici che quell'infernale apparecchio lo avevano già (la nostra televisione di Stato aveva da poco mosso i suoi primi passi).
Ma c'era chi non era d'accordo con questo tipo di vita e, siccome la pallacanestro già da un bel po' era sport conosciuto anche da noi, qualcuno pensò bene di passare il tempo libero dallo studio dedicandosi ad essa.
Ma dove, e come? Allenatori non ce n'erano - o ce ne erano pochi - campi su cui esibirsi neppure. Ma, presso le scuole elementari di San Giuseppe, esisteva un campetto malandato con due canestri ancora più malandati. Entrarvi non era impossibile per dei giovani che sapessero scavalcare le cancellate e avessero "gambe per correre" nel caso, non improbabile, di un intervento del custode.
Ed ecco allora che un gruppo di liceali pensò bene di passare qualche ora "invadendo" quel campetto e dedicandosi a partite che ben poco, per la verità, avevano in comune con la pallacanestro, disciplina sportiva importata dall'America e già ben radicata in Italia ed anche nella nostra città, considerato che a Sassari c'erano già state diverse squadre che avevano disputato - e disputavano - campionati regionali e talvolta nazionali.
Quel gruppo di studenti diventò quindi un manipolo di "padroni" di quella specie di campo, su cui si vivevano incontri che più che partite di pallacanestro ricordavano spesso scontri di lotta libera, tra gli inutili fischi di chi, incautamente, aveva accettato di fare l' arbitro e si sorbiva gli improperi - e talvolta i colpi - di chi presumeva di cimentarsi in uno sport che, certamente, non si può imparare dall'oggi al domani. Ma ci si divertiva - e ci si divertiva davvero - si faceva qualcosa di nuovo, di diverso dalla solita passeggiata: questo era ciò che soprattutto contava per quei giovani.
La posta in palio, in quelle sfide organizzate la mattina sui banchi di scuola (quasi sempre quelli dell'Azuni) e programmate per l'imbrunire, era magari una pizza in due da Massimino o la fainè da Zizzu.
Sassari aveva già avuto allora chi, con qualche cognizione in più e con un certo successo, si era dedicato alla pallacanestro: c'erano stati buoni giocatori come Dino Diana, Emilio Secchi - poi presidente dell'Esperia - e, poco dopo, Ciaccio Spina, Vittore Vacca, Giovanni (John) Vitali, Alberto Palmas ed altri.
Ma ormai esisteva una sola vera squadra, la Torres, allenata da Ninni Polano, dopo che si erano spenti da poco gli echi dei derby infuocati tra il Basket Savoia e la Turritana, squadre che erano arrivate a disputare la serie B con giocatori come i fratelli Valerio e Adriano Mazzanti, Bruno Maiorani, Memmo Preti, Peppino Tatti, Sergio Ruggiati - il primo 2 metri sassarese - Silvio Angius, Gianni Accardo, Salvatore Faedda, Paolo Mura, Piero Vagnoni, Cenzo Cubeddu, Bastiano Sanna, e, perchè no, il sottoscritto. Molti di questi avevano smesso di giocare abbastanza giovani, altri,erano passati appunto nelle file della Torres.
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