Un sardo in Nba

Un sardo in Nba

In diretta sul profilo Instagram societario Riccardo Fois, olbiese nello staff dei Phoenix Suns, che ha raccontato la sua esperienza oltreoceano

È stato il primo sardo a disputare una finale Ncaa sulla panchina di Gonzaga nel 2017 e la scorsa estate è arrivata la chiamata in Nba: Riccardo Fois, olbiese classe 1987, è l’esempio di come dedizione e competenza permettano di arrivare lontano e come si possa arrivare in Nba anche se non si è giocatori. Lui in realtà ha un passato da giocatore con quella Santa Croce Olbia che ha visto crescere Luigi Datome e ha vinto il titolo allievi. Ha vestito anche la maglia della Dinamo, nella stagione 2006-2007: volato negli Stati Uniti a 16 anni per uno scambio interculturale ha trovato la sua dimensione e si è trasferito per frequentare l’università, da allora non si è più spostato.

Ricky è stato il protagonista della diretta Instagram sul canale @dinamo_sassari in cui si è parlato di basket italiano, europeo e, ovviamente, americano.

Com’è la vita lì e cosa significa lavorare per una franchigia Nba?

“La vita possiamo dire sia calda, ci sono ben 40 gradi da un mesetto, vivere nel deserto ha i suoi pregi invernali e difetti estivi. La cosa che mi manca di più è il mare della Sardegna. Come ogni sardo che vive all’estero sento la mancanza di casa, torno spesso per fortuna ma adesso è due anni che non rientro nell’Isola e un po’ pesa però faccio ciò che amo e che mi piace da sempre quindi mi sveglio col sorriso e so che tornerò presto”.

Hai fatto parte dello staff tecnico di Gonzaga, cosa hai trovato lì? 

“Ho avuto la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto, in una squadra molto europea con un allenatore con quella mentalità e con tanti giocatori internazionali. Il gruppo è sempre stato fantastico e io sono entrato a farne parte, un’esperienza culminata con la Final Four Ncaa, tra l’altro giocata proprio a Phoenix, se devo scegliere un ricordo dico proprio l’arrivare a giocare un evento al quale assistono 80mila tifosi. Giocammo nello stadio di football, quando entri nell’arena e vedi tutta questa gente intorno a te è un’emozione unica, c’erano i miei genitori e alcuni amici, ti rendi conto che è qualcosa di unico e pensi chissà quando ricapita”.

La chiamata dall’Nba e il salto di categoria com’è stato?

“Premetto che a Gonzaga stavo benissimo e avevo tutto quello che desideravo. È arrivata l’occasione di Phoenix, penso che il coach e il gm di qui stiano provando a creare ciò che a Gonzaga c’era già, per me quindi è arrivata non solo l’opportunità di allenare in un mondo professionistico come l’Nba ma anche farlo in un contesto in cui sono una piccola parte che lavora per costruire un contesto vincente”. 

L’emozione della prima partita Nba? Quali responsabilità nel vivere un ruolo come il tuo?

“Emozione sì però se devo pensare alla mia carriera ho avuto la fortuna di giocare la Final Four Ncaa e disputare partite agli Europei con la Nazionale, è emozionante giocare in alcune arene in cui non ero stato prima come il Boston Garden o lo United Center. Alla fine sì, ci ho pensato, chi lo avrebbe mai detto? Ero un ragazzino di Olbia come tanti, tifoso di Dinamo e Santa Croce, ora vedo le partite trasmesse in tv nella quotidianità ed è quasi un sogno. Vivo tutto questo con grande responsabilità, la responsabilità di fare bene quello che faccio, se io son qui è grazie a Ettore Messina e Sergio Scariolo che hanno avuto l’incredibile umiltà di rimettersi in gioco e approdare in Nba da assistenti… Questo ha dato a me l’opportunità di intraprendere questo percorso quindi spero che tra 10-15 anni ci saranno altri ragazzi italiani ed europei che riusciranno ad arrivare in Nba perché io ho fatto un buon lavoro”.

C’è stata un’evoluzione e un avvicinamento tra basket americano e basket europeo?

“Sicuramente, come si dice sempre l’oceano si è ristretto e si sta restringendo dal punto di vista tattico e tecnico con gli allenatori. Ci sono tantissimi allenatori europei che stanno influenzando il gioco Nba e chiaramente questo è il primo passo per far approdare i tecnici europei sulle panchine americane. C’è grande rispetto verso il basket europeo, è un processo che continuerà come in tutti gli sport”. 

Hai anche un trascorso da giocatore…

“Ero un giocatore scarso, son stato fortunato quindici anni fa ad avere l’opportunità di essere aggregato alla prima squadra della Dinamo, ho giocato per sei mesi con Massimo Bernardi, erano i tempi di Chalmers e Rotondo. Cosa mi porto dentro da quell’esperienza? Mi colpi tantissimo che quando arrivai a gennaio la squadra era ultima o penultima, faceva fatica, la prima partita la giocavamo in casa contro Castelleto Ticino, allenata da Meo Sacchetti. Il palazzetto era pieno, tutti che tifavano e questo mi colpì molto perché generalmente in Italia quando una squadra fa fatica il pubblico si defila. Al contrario a Sassari in un momento critico i tifosi furono l’arma in più, fu una seconda parte di stagione super e sfiorammo anche i playoff”.

 Con Gigi Datome avete vinto uno scudetto Allievi con Olbia…

“Abbiamo avuto una qualità di allenatori incredibile, grazie alla grande intuizione del padre di Gigi, anche la collaborazione con i giocatori di Sassari che ci aiutarono a vincere nacque dall’idea di un allenatore croato. Mi ricordo che facevamo gli allenamenti a Ozieri, noi partivamo da Olbia in pulmino, loro da Sassari e ci incontravamo lì a metà strada. È stato un sacrificio da parte di tutti, è già difficile oggi per dei professionisti adattarsi a ruoli minori per vincere ma quando hai quindici anni a volte impossibile da capire. Penso che tutti inconsciamente abbiamo dovuto fare dei sacrifici poi a Bormio fu un’esperienza super, battemmo la Pesaro di Daniel Hackett, Varese, perdemmo nei gironi con la Fortitudo, superammo Cantù, Milano in semifinale e Biella in finale, non un percorso facile”.

Già all’epoca dicevano tu fossi più dirigente che giocatore

“È  vero litigavo spesso con lo staff, rompevo spesso le scatole, in quel gruppo tutti volevamo vincere quindi anche queste discussioni erano tutte dette per il bene della squadra. Noi eravamo un gruppo di ragazzi sedicenni intelligenti ma con il coach c’era un grande dialogo e questo ci portò a vincere il titolo italiano. La grandezza di Pasini fu però quella di toglierci sempre la pressione di dosso, da lui ho imparato tantissimo, una volta che ho incominciato ad allenare ho capito gli insegnamenti ricevuti nel mio percorso nel settore giovanile”.

Cosa significa invece far parte dello staff della Nazionale?

“L’orgoglio di rappresentare la propria nazione è impareggiabile, il massimo che ogni sportivo possa fare. Ho lavorato nonostante le difficoltà per gli infortuni con un gruppo coeso, il lavoro è spesso giudicato dai risultati e dalle medaglie, per tante ragioni questa generazione non ha vinto niente, tutti siamo rimasti delusi ma a mente lucida capisci che nella pallacanestro a volte basta un tiro sbagliato in meno per poi arrivare a giocarti una finale mondiale. Io sono molto ottimista, non ho dubbi che nei prossimi anni con questa Nazionale i risultati arriveranno e in più stiamo mettendo le basi per rendere il gruppo sempre più competitivo”.

Cosa pensi dei giovani che scelgono il basket Usa per formarsi?

“Ci sono ragazzi talentuosi di origine italiana che vivono qui, la nostra idea è stata quella di raggiungerli in giovane età per dar loro l’opportunità di poter giocare con l’Italbasket. Nel caso di Paolo Banchero lui voleva prendere il passaporto ma non conosceva gli step da fare quindi abbiamo fatto sì che ci riuscisse. Al momento abbiamo tre giocatori di alto livello che vogliono giocare con la Nazionale e si sentono italiani e poi invece ci sono giocatori come Davide Moretti che stan crescendo al college, in tutto il prossimo anno saranno 28, il nostro compito è quello di seguirli ed aiutarli. Il gruppo è forte ed è costantemente tenuto sotto osservazione con l’obiettivo di farli arrivare a giocare con la prima squadra”.

Quali sono i compiti di un Player Development?

“Quando arriva un ragazzo bisogna cercare di aiutarlo in campo a massimizzare il proprio talento all’interno del sistema, farlo diventare forte nel modo in cui gioca la squadra. C’è poi la parte umana, quindi bisogna aiutare questi ragazzi a crescere e maturare, alcuni vanno spinti di più altri al contrario frenati, non c’è una regola fissa o una ricetta perfetta ma ammetto che questa è la parte più stimolante del lavoro, cercare di trovare la chiave per ogni giocatore per poter far esprimere tutti loro al meglio e non avere rimpianti”.

C’è un giocatore con cui ha un legame più forte?

“Sono tanti i giocatori, magari meno conosciuti di Sabonis, con cui ho un rapporto strepitoso. A volte nelle franchigie Nba ci sono ragazzi speciali che pur massimizzando quello che hanno non è abbastanza per giocare nel campionato più forte del mondo. Sono orgoglioso di giocatori che in passato hanno lavorato duramente e ora giocano in Europa”.

Il passaggio più significativo per arrivare fino all’Nba?

“Tutti i passaggi sono importanti, da quando ho cominciato a Pepperdine, poi Gonzaga, la Nazionale, l’aver lavorato con giocatori come Sabonis o Collins sicuramente mi ha aiutato perché ho avuto la possibilità di vedere che quello che facevo con loro aveva successo anche a livello Nba. La consapevolezza che il proprio modo di lavorare produce risultati ti porta ad arrivare così in alto”

Il modello americano di scouting e reclutamento si può esportare in Italia?

“Assolutamente sì, ci sono dinamiche che ovviamente non si possono copiare. Il multi sport è il segreto dello sport americano, tutti i ragazzi americani fino ai 15 anni fanno cross country, judo, pallavolo, baseball… E quindi hanno una capacità di aggiungere al proprio bagaglio motorio diverse coordinazioni e allenare movimenti e fasce muscolari, una cosa spesso sottovalutata e impossibile da realizzare in Italia perché nel nostro paese non si fa sport a scuola. E poi dai 14 ai 18 anni i giocatori americani fanno tornei tra scuole, si cura la parte tattica, il risultato è importante, c’è l’orgoglio di vincere e migliorarsi per raggiungere vari step. Tutti gli studenti sportivi hanno un obiettivo qui negli Usa e giocano una media di 70 partite l’anno, in Italia invece si lavora molto di meno e in più dopo i 18 anni quando finisce il settore giovanile quindi o i ragazzi entrano in prima squadra o non sanno cosa fare. Bisogna trovare il modo nel nostro paese di continuare il processo di sviluppo dei giovani”.

Cosa pensi della Dinamo di adesso?

“Rappresenta una delle società più virtuose del basket italiano da molti anni, come Trento o Cremona. Ci sono società che con la programmazione e le idee sono riuscite a sopperire alle mancanze economiche del territorio di riferimento. La Dinamo ha fatto negli ultimi 10 anni un successo incredibile, ha creato un ciclo di successo e poi è riuscita a ripeterlo, e ripetersi nello sport è sempre difficile. Spissu? È un ragazzo nato e cresciuto a Sassari, guardando la Dinamo, è dovuto andare fuori e ad ogni livello si è imposto ed è riuscito ad emergere. Questa per me è una caratteristica invisibile che hanno molti grandi giocatori, ha sempre trovato l’equilibrio e ha superato i limiti che gli si presentavano davanti, sono impressionato dal dove è arrivato”.

E di coach Pozzecco cosa ci dici?

“Un allenatore che in due stagioni con Sassari fa 56 vittorie e 18 sconfitte dice tutto con il suo record. Penso che abbia trovato la dimensione perfetta, è il posto perfetto dove esprimersi ed è il coach perfetto per la Dinamo, è riuscito a creare un ambiente in cui i giocatori giocano liberi, con entusiasmo e migliorano. Uno staff di alto livello come Gerosa e Casalone e non sono sorpreso perché conosco gli assistenti, ciò che la Dinamo fa tatticamente, offensivamente e difensivamente è di altissimo livello. L’altro grande merito di Pozzecco è stato quello di migliorare tutti i giocatori, penso a Polonara, Cooley o Pierre”

 

Sassari, 28 maggio 2020

Ufficio Comunicazione

Dinamo Banco di Sardegna