Storie biancoblu: la notte più lunga

Storie biancoblu: la notte più lunga


E voi dove eravate la notte del 26 giugno 2015? Andrea ci racconta la sua notte più lunga

Se si chiede a qualsiasi tifoso della Dinamo di descrivere le sensazioni, le emozioni, provate nelle ore più lunghe della propria vita sportiva, quelle che vanno dalla mattina del 26 alla sera del 27 Giugno 2015, tutti si troverebbero in difficoltà. Certe cose non sono semplice da raccontare, bisogna viverle e basta. Tutti però, compresi coloro che solo in quel contesto si sono avvicinati al basket, in un sentimento di unità che è difficilmente riscontrabile in altre realtà, sono in grado di dire dove si trovassero quella sera, dove abbiano guardato quella fatidica Gara 7, dove abbiano trattenuto il fiato davanti a quella parabola del grande ex che valeva mille vite sportive, chi avessero al loro fianco in quel momento. Come ogni evento storico che si rispetti, anche quello dello Scudetto è uno di quelli che nella memoria troverà sempre spazio, come ovvio che sia. Io in particolare quella sera, ormai archiviato il desiderio proibito espresso ad un certo punto della infinita Gara 6 (“non mi interessa come, basta che finisca!”), avevo scelto con alcuni amici di vedere il fatidico ultimo atto di una sfida estenuante non nel maxischermo più gettonato, quello della tana del Palazzetto, ma, in omaggio alla “sassareseria” sfrenata, in quello preparato in Piazza d’Italia. La tensione di quella sera, di quelle che chiudono lo stomaco e relegano nel mutismo, aveva rischiato di raggiungere il livello d’allarme quando, nel corso dell’Inno nazionale, il maxischermo del salotto cittadino aveva deciso di smettere di funzionare. Sempre in tema di tensione, si può immaginare quella dei tecnici che si son trovati a tentare di sistemare le cose con centinaia di tesissime pupille giudicanti addosso. Una volta risolto il problema, giusto in tempo per la palla a due, i fatidici ultimi quaranta minuti di una stagione lunga una vita avevano iniziato, e con loro un silenzio quasi irreale calava sulla piazza. Il primo quarto, tristemente magro dal punto di vista del bottino offensivo, contribuiva ad accrescere le tensione e la frustrazione. La partita scorreva via, tra alti e bassi, senza che nemmeno fosse possibile accorgersene, con gli occhi incollati sul punteggio che raccontava di una rimonta possibile e per questo complessa. La svolta, la scossa che tutti ricordano, quella dell’invasione del tifoso reggiano contro Sosa, fu non solo la scintilla per chi lottava in campo, ma anche il colpo capace di trasformare una piazza, fino a quel momento ancora ammutolita, in una bolgia, a dispetto della fama di “salotto bene” della città. L’ultimo quarto, per quel che mi riguarda, è fatto di salti inumani ad ogni canestro fatto e di rabbia silenziosa per ogni canestro subito. La concitazione dell’ultimo possesso, con la palla contesa e poi il tentativo estremo dell’ex di turno, è il momento in cui i ricordi si fanno più sfumati. Le urla, i salti, gli abbracci sono tanti, innumerevoli, anche fra sconosciuti. In quel momento però il richiamo è troppo forte, la casa chiama, ed è quindi doveroso correre per “salire al Palazzetto”. Il traffico che si incontra è il più dolce che esista, tutte le regole sono saltate, si suona, ci si saluta, ogni metro è una festa, e l’avvicinarsi a casa serve a concretizzare un evento con cui si fatica a fare i conti. Piazzale Segni è un catino infernale, ma di quelli in cui ci si getta volentieri. Il precedente, altrettanto caldo e altrettanto piacevole è quello della Promozione, solo pochissimi anni prima, che però sembrano già un secolo. La voce non c’è già più, ma non si smette di cantare. Dovunque ci si gira si trovano amici, si parla con tutti, con tutti si festeggia, si brinda. Lì in mezzo si sente davvero l’epica dell’impresa, che non si può descrivere, ma solo constatare: un’Isola che finisce sul tetto d’Italia è troppo grande da raccontare. Ciò che rimane sempre è l’emozione, sempre la stessa, quando ci si ricorda dove e con chi si era, quando è suonata la sirena di Gara 7.

 

Andrea Demartini - Orgoglio Biancoblu

 

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Sassari, 01 aprile 2020

Ufficio Comunicazione

Dinamo Banco di Sardegna